“JERSEY SHORE”: IL PADRE DI “TAMARREIDE”

Adesso sappiamo a chi dare la colpa per essere stati costretti a subirci l’indecente spettacolo di “Tamarreide” la
primavera scorsa!

Jersey Shore non è altro che il suo anticipatore, come dire: quando le idee sono buone i nostri
bravissimi autori le prendono e le infilano nel palinsesto. Certo, ma sfido chiunque a trovarmi un pregio di questo
programma, non chiedo tanto basta uno solo a giustificare la grande idea di prenderlo ad esempio e costruirci
sopra una trasmissione come quella che abbiamo già analizzato a fondo la scorsa stagione, che non solo ha preso il
peggio del peggio dall’originale, ma ha aggiunto la grande novità di pescare i concorrenti da una precisa categoria:
i tamarri. Direi che su Tamarreide abbiamo già detto abbastanza, ma vedere il suo antesignano fa davvero un certo
effetto, non spiega la bruttezza e la volgarità del programma di Italia Uno, ma ci lascia ancor di più nello
sconcerto. Confesso di non aver mai avuto la brillante idea di sintonizzare il mio televisore su Mtv il lunedì sera,
durante la messa in onda di questa specie di reality che definire programma televisivo mi riesce piuttosto difficile.
Ora che per la prima e ultima volta nella mia vita ho davanti agli occhi questa specie di trasmissione, ho capito
che evidentemente forse avevo un valido motivo per non farlo: non solo avevo altro di meglio da vedere, ma
sicuramente non mi sono persa nulla, se non qualcosa che se fossi un Direttore di rete mi farei molti problemi a
mandare in video.
Jersey Shore è un reality show di Mtv in onda dal 2009, i protagonisti sono otto ragazzi che sono stati seguiti nelle
loro trasferte nel New Jersey, per quanto riguarda la prima e terza edizione; a Miami Beach nella seconda e a
Firenze, quindi a due passi da noi, nella quarta stagione, ovvero quella che sta andando in onda in questo
momento. Una sorta di ritorno alle origini dei protagonisti che sono in parte italo – americani. Perché possiamo
considerarlo il padre di Tamarreide? Perché personaggi, atteggiamenti e soprattutto volgarità non si allontanano
molto da quelle che abbiamo potuto ammirare nel programma di Italia Uno. Nell’epoca in cui il genere del reality
ha iniziato a scricchiolare rischiando spesso di cadere nella banalità e nella ripetizione di modelli già visti e ormai
diventati troppo prevedibili , programmi come questo rappresentano un’idea di cambiamento, una sorta di reality
al contrario dove i protagonisti non vengono rinchiusi all’interno di una casa o abbandonati su di un’isola, ma
portati a spasso in giro per il mondo (o semplicemente per l’Italia nel caso di Tamarreide) come se fossero animali
da esposizione, acclamati dalle folle che non perdono l’occasione di piazzarsi sotto il pullman che li trasporta per
poter vedere e toccare con mano i suoi “divi” della tv. Già perché non solo questi rappresentano i nuovi “divi”
della nostra società, ma ne sono consapevoli pur pretendendo di essere considerati persone normali. Cercando
qualche video su Youtube mi sono imbattuta in un’intervista fatta loro da Simona Ventura nel maggio del 2011:
alla domanda “che cosa vuoi fare da grande?” la risposta è stata “voglio sposarmi, fare una famiglia e avere dei
figli”. Quando la finiremo di far passare questo messaggio? Quando la si smetterà di far credere che per ottenere
quello che si vuole nella vita basta andare in un programma del genere e regalare dignità e immagine alle
telecamere, ottenendo il proprio momento di gloria per poi poter tornare alla vita di sempre? Anche se il problema
di fondo non sta in Jersey Shore, ma in chi ha visto in questo programma aspetti positivi da dover essere esaltati
creando un doppione che è stato perfino definito come un programma rivoluzionario. La cosa che più mi sconcerta
sta in quella massa di fans urlante ai piedi del pullman disposta a tutto pur di vedere i propri beniamini che come
motivo per essere acclamati non hanno canzoni o film che hanno allietato la vita degli appassionati, ma
semplicemente quello di essere capitati nel programma giusto al momento giusto, diventando oggetto di immagine
e pedina di una trasmissione che per certi aspetti non dovrebbe nemmeno avere il diritto di andare in onda. Il
problema sta in chi sceglie all’atto della creazione del programma ovvero autori e direttori di rete; ma anche
all’atto della messa in onda, perché il successo e gli ottimi risultati di tali scelte sono la prova di essere del fatto
che siamo arrivati ad un punto di non ritorno: non si può più tornare indietro tentando di ricostruire quelle barriere
di moralità che programmi di questo tipo hanno facilmente abbattuto; ma non si può più nemmeno andare avanti
con uno spettacolo di questo tipo, e con questa espressione non vi elenco tutti i motivi che mi portano a dire
questo, perché non vorrei esser costretta ad elencarvi l’enorme quantità di scene violente o di sesso, solo per fare
alcuni esempi, che vengono proposte senza alcuno scrupolo. La preoccupazione nasce dal fatto che proprio chi ha
tra le mani lo sviluppo futuro della televisione, ovvero autori e case di produzione, abbia superato ogni limite di
decenza e tutti quelli che ne alimentano le curve di ascolto dei loro programmi non se ne sono ancora resi conto;
ma se così non fosse e ci fossimo accorti dell’indecenza che abbiamo di fronte, allora prendiamo il telecomando in
mano, spegniamo completamente il nostro televisore e affidiamoci ad un buon libro. Ci sono casi in cui è
necessario un gesto drastico, quello di Jersey Shore è uno di questi, non si può continuare ad essere indifferenti,
tanto meno di fronte a qualcosa che non si riesce nemmeno a definire un prodotto televisivo. Speriamo solo in un
cambio di rotta, il più repentino possibile altrimenti, mi duole dirlo, ma quel televisore – datemi retta – non
accendetelo più.

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