“TI LASCIO UNA CANZONE”: MAMMA CLERICI NON CONVINCE PIU’

“C’è un problema di creatività, a quante edizioni siamo già con ‘I Migliori Anni’ oppure con ‘Ti Lascio una Canzone’? Mi piacerebbe cambiare rotta”. Si è espresso così il Direttore generale della Rai Lorenza Lei su due dei programmai più importanti di Raiuno, ma anche più ripetitivi. Come non essere d’accordo sul fatto che la Tv di Stato e, aggiungerei, la tv in genere soffra di un grave problema di creatività che si traduce in una forte tendenza alla ripetizione di format e trasmissioni capaci di dare sicurezze in termini di ascolto (il che non significa sempre ottima qualità). “Ti lascio
una canzone” rientra ovviamente in questo genere di programmi: un tipo di televisione che strizza l’occhio al telespettatore e che si adagia sulla sicurezza di conoscere il suo pubblico talmente bene da offrigli proprio ciò che desidera vedere, in termini di forma e contenuto.
Mamma Clerici, perché da quando lo è diventata non ha perso occasione di ricordarcelo, in mezzo ad una quantità di bambini dalle doti canore indiscutibili, non fa altro che rassicurare lo spettatore e mostrargli una dote, quella di mamma appunto, che ama tanto vedere in lei da quando lo è diventata. Questo, però, aveva senso qualche anno fa, a pochi mesi dalla nascita della piccola Maelle, aveva un senso al massimo l’anno dopo, ma ora inizia ad avere il sapore di già visto e già sentito, non possiamo che convenire con il Direttore Generale. La Clerici in versione mamma l’abbiamo vista davvero, poco più di un anno fa, quando dal palco dell’Ariston ha aperto insieme alla sua bambina, la sassantunesima edizione del Festival di Sanremo ed è stato proprio questo a rompere quella barriera tra mamma Antonella e il suo pubblico per il quale, a quel punto, era uscita allo scoperto, perdendo ogni verosimiglianza con il suo ruolo reale, nel momento in cui tentava di mostrarsi come una “seconda mamma” per i piccoli cantanti di “Ti lascio una canzone”. Mostrando la sua bambina e vedendola realmente nel ruolo di mamma, proprio con sua figlia, abbiamo smesso di pensarla tra pannolini e pappette, sdraiata su una sedia a dondolo a cantare la ninna nanna e abbiamo conservato il ricordo di quella dolce immagine familiar – festivaliera: Maelle ha assunto un volto e da quel momento in poi il pubblico ha smesso di associarlo idealmente ad ogni bambino che si apprestava a salire sul palco a cantare. E quando si perde credibilità agli occhi dello spettatore, o meglio ancora quando quest’ultimo non riesce più ad associare il conduttore al suo ruolo, cercando di cogliere in esso tutto quello di cui ha bisogno, è come se venisse meno quella fiducia indiscussa nei suoi confronti che si basa su qualcosa di non detto in modo esplicito, ma che è la base da cui partire affinché il rapporto tra le parti resti vivo e intatto, senza cadere nell’ovvietà e nella prevedibilità.
Come non parlare di ripetitività quando sulla rete concorrente, a pochi giorni di distanza va in onda un format praticamente identico, firmato dallo stesso autore e regista Roberto Cenci. Non so se rendiamo l’idea: due trasmissioni simili nella struttura e nel contenuto, appartenenti a due aziende concorrenti vengono trasmesse nella stessa stagione televisiva, su due canali differenti; se non è mancanza di creatività e trionfo di ripetitività questa, come la vogliamo chiamare? È chiaro che un Direttore Generale senta il bisogno di cambiare, ma in che direzione? Verso che tipo di televisione? Considerando il fatto che per anni la proposta televisiva ha lavorato al ribasso (qualitativo) piuttosto che al rialzo, ci si domanda ovviamente se ci siano autori in grado di sbloccare la situazione di stallo in cui si trova la nostra televisione oggi e, quindi, per quanto tempo ancora dovremmo sopportare “bambini prodigio” cantare brani di cui speriamo vivamente ignorino il testo (tornando proprio alla recensione di “Io Canto” della settimana scorsa). È come se si fosse persa la capacità di migliorarsi valorizzando nuove proposte e soprattutto rischiando al fine di vedere realizzate le proprie idee indipendentemente dagli ascolti che si potrebbero ottenere.
La soluzione ad ogni problema sarebbe semplicemente quella di affidarsi per una volta al rischio piuttosto che all’Auditel, e non crediamo che la ripetitività di Maria De Filippi che sulla rete concorrente batte a suon di dati d’ascolto la Clerici, sia migliore, anzi, si tratta semplicemente di una fiducia tra spettatore e conduttore che nasce da un principio diverso, basata non tanto sul ruolo di quest’ultimo, capace di emanare fiducia e sicurezza; ma su una struttura e una ritualità indipendenti dalla conduttrice che da sole hanno lo stesso effetto rassicurante su chi si fermerà a guardarlo facendo schizzare la sua curva di ascolti, ma ignorando il fatto di essere di fronte ad un programma che di anno in anno è sempre più uguale a sé stesso e chissà per quanto lo sarà ancora.

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