“IO CANTO” FA RIMPIANGERE MAGO ZURLI’

“Esporre bambini di sei anni forse, è davvero un po’ troppo”, aveva dichiarato qualche giorno fa Gerry Scotti, riferendosi al suo programma record di ascolti “Io canto”. Evidentemente avrà cambiato idea dal momento che ieri sera, la prima puntata è stata aperta da un bambino che ne avrà avuti, se va bene, due in più. Per il terzo anno consecutivo il Gerry nazionale è tornato alla guida di una delle trasmissioni di punta delle reti Mediaset che, sotto la direzione artistica di Roberto Cenci, porta sul palco adolescenti dalle straordinarie doti canore pronti a reinterpretare  canzoni che, però, hanno veramente poco a che vedere con la loro età.
Indubbie le qualità vocali dei protagonisti, ma è inevitabile che qualche domanda sulla loro presenza in video e il loro “sfruttamento” ai fini di un programma che mira quasi dichiaratamente alla sensibilità dello spettatore, sorga e sia fondata, soprattutto quando li vediamo cantare con personaggi noti come Marcella Bella, tra gli ospiti di ieri sera, cose come “la mia voglia è grande, è scandalosa ormai”. Il punto, infatti, non è tanto vedere ragazzini agghindati come cantanti vissuti ed esperti, ma vederli inseriti in un contesto che poco si addice loro, creando meccanismi e atteggiamenti a dir poco fuori luogo; e questo vale, non solo per il programma di Canale 5, ma per tutti quelli che si nascondono dietro la possibilità di offrire uno spazio a piccoli cantanti prodigio di cui andar fieri.

Sto parlando ovviamente di “Ti lascio una canzone”, che tra l’altro ripartirà proprio questo sabato su Rai Uno, altra creazione di Roberto Cenci, basato fondamentalmente sullo stesso principio, ma con una sottile differenza che sta nel mantenere molto di più i bambini, perché ricordiamoci che di bambini si tratta, con i piedi per terra, almeno nei limiti del possibile. Non c’è un “osservatore speciale” come Red Canzian in rappresentanza della “Fondazione Q” ad individuare un interprete per il suo primo progetto discografico e di conseguenza ci sono bambini che si avvicinano un po’ di più alla loro realtà, nei gesti, nei modi e negli atteggiamenti che non si possono di certo definire naturali, ma quanto meno più “umani” rispetto a quelli dei bambini di Canale 5. È capitato di vedere ragazzini in lacrime dall’emozione, dalla vergogna per aver dimenticato qualche parola o talmente impegnati nelle loro attività di bambini appunto, da dimenticarsi quasi di salire sul palco. “Io canto” dà l’idea di essere, invece, “troppo perfetto”: non c’è un errore, una dimenticanza, una sbavatura nell’esecuzione o nell’atteggiamento dei piccoli cantanti di fronte al pubblico, il tutto sembra quasi disumano e questo non è un punto a suo favore, anzi non fa altro che avvalorare le critiche che da sempre gli sono state mosse contro. È vero che la società è cambiata, che malgrado sembri una frase fatta “non ci sono più i bambini di una volta”, e per capire questo basta vedere quelli dello Zecchino d’Oro e osservare che poco c’entrano con il mondo attuale, anzi fanno persino sorridere nei loro atteggiamenti troppo bambineschi a cui non siamo davvero più abituati; ma dai bambini di Mago Zurlì a questi, c’è davvero troppo spazio nel mezzo, anzi se dovessimo scegliere sarebbe inevitabile decidere per la prima opzione, in cui l’ingenuità e l’inconsapevolezza la fanno da padrone, evitando situazioni come quelle del programma di Gerry Scotti in cui tutto questo è invece pressoché scomparso.

Sarebbe opportuno trovare una via di mezzo e soprattutto rendersi conto che programmi di questo tipo non hanno il merito di dare spazio a nuovi talenti, ma servono semplicemente ad alimentare false speranze, molto spesso non dei bambini, ma dei genitori che solitamente si crogiolano tra le prime file, nel sentire gli applausi di un pubblico che pensa sempre di essere di fronte ad un prodigio che potrebbe diventare chissà chi, regalandogli la possibilità di dire “io c’ero” quando lo scoprirono la prima volta. A tutto questo si aggiunge, ovviamente, l’effetto deleterio che il successo, o il semplice fatto di essere riconosciuto per strada, può avere su un bambino di quell’età. Basta curiosare tra le pagine ufficiali di Facebook (perché tutti ne hanno una), leggere i commenti, guardare le foto con i presunti fan, per capire che sarebbe opportuno ridimensionare un po’ il tutto, non solo a livello autoriale, ma anche come pubblico, perché anche noi abbiamo delle responsabilità e possiamo di conseguenza agire perché tutto questo cambi e la si smetta di considerare tali bambini mostri disumani dalle indiscutibili qualità vocali. Si tratta niente di più che di bambini, e non è un caso che io l’abbia ripetuto così tante volte, bambini che hanno bisogno di essere considerati tali per rimanere il tempo dovuto in quell’alveo protettivo che la loro età gli consente.
Questa è nostra responsabilità e solo noi, attraverso il telecomando e gli autori, dimenticando per una volta gli ascolti, possiamo decidere di guardare le cose per quello che sono veramente, fare una dovuta autocritica e ammettere, almeno una volta, di aver completamente sbagliato nell’avviare questo circolo vizioso che a questi bambini non regalerà altro se non qualche attimo di gloria, che presto vedranno svanire e con il quale dovranno fare i conti per molto tempo.

 

 

 

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