“INVINCIBILI”: STORIE DI GENTE COMUNE.
La puntata pilota andata in onda il 21 dicembre 2010 ha registrato il 7,36% di share con una media di 1.624.000 spettatori, molto poco per una prima serata di Italia 1. Nonostante questo, però, la Rete ha deciso di dare fiducia a Marco Berry che ieri sera è tornato con la prima puntata di “Invicibili”,
alla quale ne seguiranno almeno altre tre. Storie di persone comuni che hanno subito traumi psicofisici o che si sono ritrovati a dover affrontare momenti difficili che li hanno messi a dura prova, ma che hanno saputo ricominciare semplicemente con la forza di chi può solo essere definito un
“invincibile”. “Per Invincibili non mi aspetto grandi ascolti, ma ho un unico desiderio: mi basterebbe ricevere anche una sola mail o una telefonata da parte di qualcuno che, grazie a quello che ha visto in tv, ha deciso di non nascondersi più. Sarei la persona più felice del mondo”. Queste
le dichiarazioni della “ex iena” a poche ore dal debutto. È la storia di Andrea Pusatieri, ad aprire la puntata e a comunicarci fin da subito quello che sarà l’oggetto del programma e la direzione verso la quale Berry ha sapientemente voluto indirizzarlo. Andrea ha 17 anni, e all’età di tre è stato investito da un treno, incidente che gli è costato una gamba e la perdita della madre, morta per salvarlo. Oggi corre in bici a livello agonistico per una società sportiva, non ricorda nulla di quel giorno, è cresciuto con i nonni e quando Berry gli chiede se gli manca la madre lui risponde di no, perché in
fondo non sa nemmeno che cosa voglia dire averla, una madre. Poi c’è la storia di Hanna Jones, una bambina di tredici anni che ha deciso di dire no ad un trapianto di cuore che forse le avrebbe salvato la vita, o quella di Paolo Bossini, campione di nuoto al quale è stato diagnosticato un tumore al
sistema linfatico.
Non apprezzo quando la televisione si presta ad essere un mezzo per veicolare storie e trasmissioni che non vogliono far altro che colpire l’emozione dello spettatore, creare un’empatia tra il pubblico a casa e i personaggi di cui vengono narrate le vicende. Non amo le lacrime strumentalizzate al fine di ottenere ottimi ascolti a dispetto della qualità o della dignità di chi viene mandato in onda; come non amo la regia di certi programmi che piazza volutamente le telecamere sul volto degli intervistati o dei protagonisti pronte a cogliere al meglio ogni lacrima, nel caso ci fosse, ogni espressione e ad amplificarla in diretta televisiva, fornendo al conduttore un canovaccio visivo che sommato ad una sapiente scrittura del programma ha come unico obiettivo quello di toccare le corde emotive del suo pubblico. Marco Berry, però, compie un’operazione diversa, e lo fa in modo consapevole e molto intelligente. Porta in televisione storie di persone comuni tanto toccanti e profonde da tenerci incollati al teleschermo, in modo discreto, attenendosi ai fatti, già di per sé molto forti. Non una lacrima, non una frase retorica o un accenno di compassione nei confronti dei protagonisti del suo programma, anzi ampio è lo spazio lasciato alla leggerezza nel confronto con loro, mai fine a sé stessa ma volta a creare un rapporto di fiducia con gli intervistati, attraverso il quale lui stesso si addentra nelle loro storie con la curiosità e con la discrezione, di chi non ha nessuna intenzione di
strumentalizzarli, ma di raccontarli, e la cosa è bene diversa. Dare un messaggio attraverso le loro esperienze di gente comune che pur avendo dovuto affrontare situazioni difficili, non si è lasciata scoraggiare e ha saputo risalire, questo il messaggio di Berry che arriva al telespettatore attraverso i filmati, le interviste e i suoi interventi in studio camminando letteralmente “a piedi nudi nel parco”, un parco verde quello dello studio, che metaforicamente potrebbe rappresentare le storie dei suoi protagonisti all’interno delle quali lui stesso non fa altro che addentrarsi in punta di piedi, rigorosamente senza scarpe.
Non so se la prima puntata replicherà gli ascolti di quella andata in onda lo scorso dicembre o se li migliorerà (vista la contro programmazione di ieri sera, potrebbe anche essere); certo è che la scelta di concedere un’intera serie di quattro puntate ad una trasmissione che già dall’inizio non si è mostrata proficua dal punto di vista dell’Auditel è un buon segno, speriamo non si tratti solo di un’eccezione.










