RIFLESSIONI IN FILA INDIANA
“Io cammino in fila indiana.Camminando vedo quello che cammina avanti a me.
Gli vedo la nuca, il collo, le spalle e la schiena, il culo e le gambe e infine le scarpe.
La faccia non posso vederla.Non gliel’ho mai vista.”
Così recita il protagonista di un celebre monologo contenuto nello spettacolo di Ascanio Celestini, tratto dall’omonimo libro LA FILA INDIANA e messo in scena in questi giorni al Teatro della Tosse di Genova.
Basterebbero forse queste tre righe per avere un’idea delle tematiche al centro di questo lavoro dell’affabulatore romano reso celebre dalla trasmissione PARLA CON ME.
I racconti surreali e le situazioni che vanno oltre il paradosso,come nello stile di Celestini,sono infatti il pretesto per discutere dell’omologazione di pensiero e delle fobie dell’uomo medio nei confronti della diversità in genere.
Uno spettacolo nato dall’esigenza di parlare in maniera specifica di razzismo ma che,traendo spunti anche da lavori precedenti,finisce con l’assumere un respiro più ampio.
Si comincia parlando di Africa e di tutte quelle piccole quotidiane ipocrisie che si concretizzano nel politicamente corretto che caratterizza il cittadino comune.
Poi c’è la fila indiana come rifugio di in individuo confuso che sceglie di omologarsi alla massa rifiutando tutto ciò che è diverso da sé.
Io cammino in fila indiana.
Ma il numero 1, il primo della fila, quello l’ho visto.
Lo vedo sempre. Lo vedo in televisione.
E’ numero 1 che ci dice “andare piano” e noi tutti camminiamo piano.
E’ numero 1 che ci dice “andare forte” e noi tutti camminiamo forte.
Numero 1 ci dice anche “marciare” e noi tutti a marciare.
Io cammino in fila indiana.
E a un certo punto vedo uno che cammina a fianco a me.”
Tra riferimenti costanti alla Lega e a quella xenofobia più discreta ed educata insita in ciascuno di noi,prende vita una narrazione costruita sul filo sottile delle parole dove protagonisti sono i paradossi che caratterizzano le storie narrate da personaggi ordinari.
Tagliente,scorretto e politicamente schierato è il Celestini che tutti si aspettano.Come al solito coinvolge e diverte strappando spesso sorrisi a denti stretti a un pubblico che rimane catturato da continui cortocircuiti narrativi.
Nell’insieme il lavoro risente forse di una sensazione di “già detto” ma il protagonista fa quello che sa fare meglio,cioè l’attore, e lo fa bene come al solito, muovendosi tra fiabe volutamente esasperate e riferimenti ad un’attualità ancora più inquietante.
Come prevedibile si esce frastornati dalle parole e travolti da spunti di riflessione disseminati ad arte nel corso dello spettacolo.
Di ritorno da un’esperienza cinematografica non altrettanto efficace Celestini ritorna al palcoscenico,suo habitat naturale,con un lavoro frammentario ma globalmente riuscito e ci rimanda alla nuova produzione che partirà ad ottobre e che tratterà di carcere e rieducazione:un’altra straordinaria contraddizione del mondo contemporaneo è quindi pronta per essere messa in scena.
Alessandro Parodi











