PLASTIK ULTRABELLEZZA. QUANDO LA TELEVISIONE NON CONOSCE LIMITI.
Dalla strana coppia Amanda Lear – Marco Balestri con “Il brutto anatroccolo”, alla stranissima coppia Platinette – Irene Pivetti e la tanto discussa trasmissione “Bisturi”: il filone del docu– reality, precisamente del “makeover”, non sembra arrestarsi. Questa volta è arrivato il turno di Elena Santarelli e il suo “Plastik ultrabellezza”, un programma che ha il desiderio di trattare l’argomento della chirurgia estetica in maniera uniforme: dall’aspetto chirurgico a quello psicologico, concentrandosi, a differenza di quello che faceva “Bisturi”, non solo sulla reazione del paziente al cambiamento, ma anche sulla vita e carriera del medico che compie l’intervento. É evidente che malgrado la scenografia da casa delle bambole e la diversità di struttura, il programma ricorda molto quello della Pivetti e Platinette, ma considerando anche la crudezza degli interventi che vengono mostrati e la facilità con cui viene trattata la chirurgia plastica, il nuovo programma della Santarelli si avvicina anche a “Celebrity Bisturi”, andato in onda nell’agosto del 2009 sempre su Italia Uno, per il quale Brigitte Nielsen accettò di sottoporsi ad una decina di interventi sotto gli occhi delle telecamere, con l’obiettivo di arrivare a mostrare dieci anni di meno. Il riferimento è palese e, malgrado il direttore di Italia Uno, Luca Tiraboschi durante la recente conferenza stampa, abbia sottolineato una profonda differenza con i vecchi programmi appartenenti allo stesso filone, la somiglianza è evidente e, se posso, direi anche fastidiosa perché in questo caso non si capisce dove si voglia andare a parare. Se in “Bisturi” o ancor prima ne “Il brutto anatroccolo” il programma veniva costruito in modo da puntare l’attenzione non tanto sull’intervento in sé o sull’atto in cui si compiva il cambiamento, quanto sulle reazioni del protagonista; qua non si riesce a dare una spiegazione precisa alla trasmissione. Non si capisce il senso né la necessità di mostrare così tanta realtà al punto da infilare la telecamera quasi dove viene infilato il bisturi, neanche fossimo in una puntata di ER, con la differenza che in quel caso, per quanto l’elemento della fiction ci coinvolgesse e portasse a partecipare alle vicende dei protagonisti, non c’era
nulla di vero; qua è tutta realtà allo stremo della spettacolarizzazione. Ciò che la differenzia da “Bisturi” è il fatto di rappresentare la chirurgia estetica diversamente da come viene spesso considerata e, quindi, prendendo in considerazione casi in cui non rappresenta solamente uno sfizio per vivere meglio con sé stessi, ma un mezzo importantissimo per iniziare a vivere davvero. È il caso della bambina indiana nata con quattro gambe e quattro braccia a causa di una gravidanza siamese non completamente sviluppata. Non solo l’intervento, ma la decisione dei genitori, le reazioni della comunità in cui vivono, le difficoltà post operatorie, tutto viene mostrato alla telecamera e raccontato allo spettatore che, inevitabilmente, si mette nei panni di quei genitori costretti a scegliere di rischiare di perderla per provare a darle un futuro migliore. L’operazione va a buon fine, vediamo camminare la piccola su due gambe, seppur con qualche difficoltà, e in quel momento capisco il perché di questo programma e la scelta di spostare l’attenzione non più sulla reazione post operatoria del paziente che nel caso di “Bisturi” raggiungeva in studio i conduttori, ma sull’intervento in sé, e sulle motivazioni che spingono a compierlo: la partecipazione e il coinvolgimento emotivo dello spettatore che tende ad essere avvicinato sempre di più al paziente stesso. Ancora una volta il reality punta sull’identificazione. Sembra quasi di essere in una puntata di “Real Time” o del vecchio “Ultimo minuto”, quando dentro di noi ci accorgiamo di tifare per quel chirurgo, di cui un attimo prima ci è stato dettagliatamente presentato il curriculum e raccontata la passione per il suo lavoro, affinché riesca nell’operazione e, ovviamente, quando allo stesso tempo incrociamo le dita per quella piccola bambina dalle quattro gambe perché possa davvero conoscere una vita normale. Nell’attimo in cui mi rendo conto di questo però, provo ancora più fastidio, perché mi chiedo fino a che punto si riuscirà a portare le telecamere all’interno di posti, luoghi e sentimenti che dovrebbero rimanere inviolati; quando arriverà il momento di dire “basta, è il caso di fermarsi”. Non so darmi una risposta e se penso che da un semplice cambio di look o correzione di piccoli difetti estetici siamo arrivati a programmi come questo, mi duole dirlo, ma rimpiango fortemente Amanda Lear e Platinette.










