MAURIZIO COSTANZO TALK … E LO SHOW?
Era il 1976 quando il primo talk show apparve sugli schermi della televisione italiana, si intitolava “Bontà loro” e a condurlo era proprio Maurizio Costanzo. Per la prima volta nella storia televisiva del nostro paese le parole diventavano le protagoniste di una trasmissione basata principalmente su incontri, conversazione con alcuni ospiti invitati a confrontarsi su temi di attualità e non solo, grazie alla mediazione di un conduttore, protagonista indiscusso del programma.
Maurizio Costanzo in poche parole, ha rivoluzionato la televisione italiana introducendo uno dei generi più importanti dei palinsesti nazionali; chi l’avrebbe mai detto che da quel semplice gesto di apertura di una finestra posta nella scenografia del primo “Bontà loro”, sarebbe cambiata la televisione e che proprio attraverso quella stessa finestra quest’ultima si sarebbe impegnata ad avere un ruolo e, dunque, una sua visione sui problemi del mondo. Come dimenticare poi il longevo “Maurizio Costanzo Show” che per anni ha occupato la seconda serata di Canale 5, e la sua ulteriore rivoluzione compiuta portando letteralmente in scena (non a caso si registrava in un Teatro, il Parioli di Roma) personaggi di diversa natura ed estrazione sociale, famosi e non famosi, come in una sorta di rappresentazione della vita quotidiana che, in quel caso, diventava uno spettacolo in cui ogni persona era chiamata a recitare un ruolo ben preciso.
Siamo nel 2011 e Costanzo con il nuovo talk di RaiDue sviluppa nuovamente un genere di cui può essere tranquillamente considerato il re. Il “Maurizio Costanzo Talk” rappresenta infatti un passo in avanti rispetto allo storico talk di Mediaset dal momento che proprio il giornalista ha dichiarato la volontà di abbandonare lo show a favore della conversazione, della parola. Ma la rivoluzione non è solo di contenuto, anche di forma: la presenza di Pierluigi Diaco, da sola, scardina infatti uno degli elementi fondanti del talk show, ovvero il ruolo sacerdotale del conduttore unico che non solo media la conversazione tra gli ospiti, ma compie anche quegli atti che permettono allo spettatore di riconoscere e di riconoscersi in un genere. È opportuno sottolineare infatti l’importanza della ritualità, della ripetizione di alcuni piccoli gesti o frasi che sono stati la base dei programma di Costanzo e che hanno un significato ben preciso: la già citata finestra e il conseguente gesto di aprirla, ma anche il famosissimo “sipario” immancabile per ogni puntata del Costanzo Show. Tutto questo manca nel “Maurizio Costanzo Talk” e finisce per disorientare lo spettatore che di fronte ad un programma del genere non capisce come deve porsi.
La rivoluzione in questo caso non regge perché va a toccare gli elementi principali di uno show delle parole in primo luogo eliminando volutamente l’elemento dello spettacolo e in secondo luogo avvalendosi di una seconda figura di riferimento, quella di Diaco appunto, di cui si farebbe volentieri a meno, che inoltre appare completamente estranea alla struttura del programma.
Mi chiedo che senso abbia un altro giornalista, per giunta con una personalità così forte e con una così grande voglia di esporsi ed esprimere le proprie opinioni, in alcuni casi quasi a discapito di quelle degli ospiti, in una trasmissione che dovrebbe puntare interamente sulla figura di Costanzo, è il suo talk, lo dice anche il titolo.
Non è padrone della trasmissione, non ci dà la sicurezza di avere la situazione sotto controllo, (Diaco ancora meno) e questo non ci convince proprio perché non riconosciamo elementi che ci sono familiari, o meglio, non riconosciamo elementi familiari a Costanzo, ma ne ritroviamo molti altri affini agli anonimi salotti alla Paola Perego o Barbara D’Urso. Vederlo seduto a quella scrivania ci fa rimpiangere gli anni in cui sulle note di Bracardi spostava lo sgabello da un ospite all’altro sulla scena del Teatro Parioli segnando anche visivamente la fluidità tipica del talk show e, dunque, la capacità e necessità di passare da un argomento all’altro, siano essi comici o tragici, con estrema facilità. Costanzo aveva la capacità di creare quella convivialità tipica della televisione degli anni ’90 capace di trasmettere serenità allo spettatore, non solo attraverso gli argomenti trattati e le modalità attraverso le quali se ne discuteva, ma anche e soprattutto attraverso gesti abitudinari capaci di dare le coordinate e gli indizi giusti per porsi in maniera precisa davanti allo schermo. Quella convivialità perduta nella televisione contemporanea, si è inevitabilmente perduta nei programmi di Costanzo in cui non mancano urla e schiamazzi da salotto, in stile “L’Arena” di Giletti o “La Vita in Diretta”.
Per fortuna sono rimasti i consigli per gli acquisti!!!










